Lodi, Ora Media


Noto il verde. Lo spazio dato ad esso più che ad altro. Questo verde mi ha stregato.
Questo verde che è una quinta, che svela o che cela scenari un tempo calpestabili, che chiude o apre alla vista il gioco dell'uomo, il mondo perduto, non voluto, e anche se lo si percepisce come ostacolo alla fruizione, come mezzo per non raggiungere il luogo visto, come semplice buco della serratura, il vero protagonista resta lui. Il verde.
Contengono, a loro insaputa, molto verde anche le cose che non sono verdi: pareti che fanno da fondale a queste macchie, linee verdi che ne definiscono i contorni, liquidi verdi che fuoriescono dalle fessure, mattoni bianchi, trasparenti, che rivelano strati di velina verde, muri che riflettono verde, pattern di edera che mima il ferro, che veste muri, che sagoma dimensioni, che gioca con esse, e un tappeto sintetico.
Questo verde è all'interno di ogni oggetto, sotto la pelle del mondo costruito dall'uomo, un mondo che scorticato lascia uscire la sua bellezza, verde, pacifica.
Percepisco il suo movimento nel dettaglio, ordinato, resistente, cangiante che si staglia contro la stasi dei paesaggi, un andamento sinuoso, deformato da angoli e giocato da mani di cemento, incollato millimetro per millimetro alla superficie senza radicamento, mosso dal semplice desiderio di crescere, di vivere, aggrappato al presente.
Vita pura, in purezza.
Un cortocircuito emozionale: un silenzio vacuo si sprigiona da ogni immagine, sento il fruscio delle fronde e il lento inerpicarsi delle radici aeree, il germoglio che si insinua nella fessura e poi il silenzio assoluto, fragile e marmoreo al contempo, cristallino e pesante, un silenzio quasi metafisico. E va così per tutto il tempo. Non le vedo e basta, le sento.
Una luce bianca, quasi accecante rende tutto impalpabile, e il mondo che ci si presenta davanti è un mondo in cui la carne e le ossa dell'uomo sembrano essere sparite, visioni post-apocalittiche ma con atmosfere non spettrali, spirituali.
Svanisce il fermo marmo lucido in blocchi geometrici, come se fosse capace di evaporare, si dissolve in un bagliore il mondo degli uomini in un silenzio pacifico e resta più rumoroso e proteso alla vita il resto del mondo, in una luce certa.
Tutto è sospeso al giudizio che non è più umano. Tutto fluttua sopra l'attimo dello scatto e ci porta in avanti, in un avanti in cui la presenza dello sguardo umano cesserà di essere.
Vita presente nelle rovine del passato.
Vita presente nelle rovine del futuro.
Questa serie è un vademecum per il nulla sulla terra.
Qui restano solo i matti, quelli che assomigliano ad una foglia e a un filo d'erba e ad illuminarli una luce che, come direbbe Montale, "invischia gli occhi e un poco ci sfibra".
Davvero non c'è anima viva?

Manuela Caruso